Via San Martino

Cappella di San Michele

XIX secolo

La bella lastra marmorea, risalente probabilmente alla fin dell’Ottocento, mostra San Michele, alato, vestito con una corta tunichetta leggera e calzari a cavigliera che lasciano aperte le dita dei piedi; tiene saldamente fra le mani la lancia con la punta rivolta verso il basso, destinata a trafiggere il drago alato che l’arcangelo tiene fermo sotto il piede destro. La resa scultorea del mostruoso animale non rende forse giustizia alla sua satanica ferocia.

La Cappella si trova verso la fine di via San Martino, sul lato occidentale della via, appena prima della struttura industriale dismessa della Fabbrica di Magnesia della Soara (oggi gruppo Solvay). In quest’area sorgeva molto probabilmente la chiesa di San Michele, in una zona dedita prevalentemente ai lavori agricoli e all’allevamento, meta di processioni devozionali.

Fino a non molti decenni or sono era infatti frequente vedere fedeli in processione nelle campagne, come attestano i documenti secolari relativi a numerose feste devozionali, per chiedere la protezione delle bestie e dei raccolti.

 

Il calendario delle devozioni per la protezione delle campagne

Almeno dal 1605, se non prima, su istanza della Comunità angerese, il 7 e l’8 gennaio si celebravano feste devozionali per i Re Magi, protettori dei frutti della Campagna, oltre che re, maghi e astrologi che tra i primi resero omaggio a Gesù. La tradizione vuole che le loro spoglie siano giunte a Milano nel IV secolo per intervento di Elena, la madre dell’imperatore Costantino, e che fossero collocate nella chiesta di Sant’Eustorgio di Milano; da qui il culto si diffuse in tutta la Diocesi. Nel 1162 Federico Barbarossa le trafugò e le portò a Colonia.

Il 17 gennaio si celebrava invece anticamente la festa di Sant’Antonio Abate, detto anche Sant’Antonio del Fuoco o del deserto: fu un eremita egiziano vissuto per oltre 100 anni tra il III e il IV secolo, e considerato il fondatore del monachesimo cristiano. Sant’Antonio fu reputato un grande taumaturgo, capace di curare malattie terribili, e attorno al suo nome sorsero ordini di Canonici ospedalieri Antoniniani dediti alla cura dei malati. Anche l’Ospedale di Angera fa parte dell’azienda ospedaliera intitolata a Sant’Antonio Abate.

Nel Medioevo c’era l’uso di allevare un maiale da destinare ai malati curati dai monaci di Sant’Antonio e tali bestie godevano della protezione del Santo e della comunità. Da ciò sembrano derivare il suo ruolo di protettore degli animali domestici e l’immagine più diffusa che lo vede accompagnato appunto da un suino. In occasione della festa del Santo anche ad Angera veniva data benedizione alle bestie, condotte dai contadini sulla piazza della chiesa. Si sperava così che il Santo proteggesse dalle epidemie le bestie e le persone. Veniva inoltre celebrata una messa solenne nella chiesa di Sant’Antonio, che si trovava in Via Paletta, più o meno ove oggi è un cancello con uno stipite in pietra di Angera decorato da un rosone, analogo a quelli che si trovano nella chiesa parrocchiale. Una volta demolita, alcuni arredi furono trasferiti nella Canonica. Tra le opere più significative compare un bel dipinto che mostra il Santo, anziano, ai suoi piedi non un maiale ma due buoi; Sant’Antonio tiene tra le mani un libro delle Sacre Scritture su cui è una fiamma: il fuoco ricorda la protezione del Santo dalla malattia che da lui prende il nome.

Anche la benedizione del Santissimo Sacramento poteva contribuire a conservare i frutti della campagna e quindi la Comunità di Angera si impegnò a pagare ceri e incenso per compiere tale rito il 16 aprile di ogni anno.

Le litanie maggiori, o rogazioni, erano tradizionalmente una processione penitenziale per propiziare il raccolto e si celebravano il 25 aprile, nel periodo in cui le spighe cominciano a formarsi. La tradizione sembra trovare origine in epoca romana: gli autori latini, tra cui Plinio il Vecchio, Varrone, Ovidio e Columella, descrivono infatti le feste in onore del dio Robigus o della dea Robigo, personificazione maligna della ruggine del grano, una malattia del frumento provocata da un fungo. I riti si celebravano dal 31° giorno dopo l’equinozio per quattro giorni e prevedevano il sacrificio di un cane e di un montone, con lo scopo di evitare la formazione della ruggine. Il sacrificio canino si deve forse al legame di tale animale con divinità infere come Robigo, oppure al fatto che Sirio, la "Stella del Cane”, appare in cielo quando inizia la stagione calda, detta canicola, che rischia di far maturare troppo presto le messi. S. Gregorio Magno descrive questa usanza nel IV secolo e le celebrazioni del 25 aprile finirono per cristianizzare un rito pagano tanto presente nei territori rurali. Ad Angera il 25 Aprile, giorno di San Marco, le Confraternite del SS. Sacramento e di Santa Marta, compivano una processione solenne che partiva al mattino dall’oratorio di Ranco, la scomparsa chiesa di San Martino e attraversava la campagna verso Sesto; il prevosto celebrava quindi la benedizione delle campagne presso una Cappella posta nell’area dell’antica chiesa di San Pietro, da qui si procedeva verso Uponne, dove i partecipanti facevano una sosta presso l’affresco della Madonna del Carmine e del Rosario, visibile nella cascina Pedroli, per poi proseguire fino alla Chiesa di Ranco, dove si compiva una “messa penitenziaria”.

Sempre il 25 aprile si celebrava la benedizione con l’acqua di San Gemolo di Ganna. Il Santo era nipote di un vescovo d’oltralpe che intorno all’anno 1000 si mise in cammino verso Roma. Durante una sosta in Val Marchirolo il vescovo fu derubato del cavallo; Gemolo inseguì i ladri ma fu da essi decapitato. L’amore di Dio nei confronti del ragazzo fu evidente nel miracolo che avvenne a quel punto: Gemolo raccolse la sua testa, recuperò il cavallo e tornò dal vescovo al galoppo. Al cospetto dello zio morì, lì fu sepolto e da allora sulla sua tomba avvennero eventi prodigiosi, tra cui la comparsa di una fonte miracolosa. Venne costruita una cappelletta per accogliere la devozione popolare. Ad Angera l’aspersione con l’acqua di San Gemolo avveniva al termine della processione delle Litanie Maggiori. Si andava a prendere l’acqua miracolosa per pregare il Signore di concedere la pioggia in momenti di particolare siccità.

I Diari Capitolari di Angera rivelano poi che veniva celebrata il 26 giugno una messa solenne per Santa Eurosia, un’altra singolare figura: la sua storia ci porta da Angera alla Spagna. La leggenda narra che la martire ebbe origine boema e fu promessa in sposa al conte spagnolo di Aragona. Nell’880 attraversò i Pirenei per incontrare lo sposo. Sui monti la comitiva venne attaccata, ma la ragazza si rifiutò di cedere al loro capitano, che le fece tagliare le mani e i piedi; ciononostante lei continuò a pregare rivolta al cielo e venne infine decapitata. Scoppiò allora una gran tempesta, acqua, vento, fulmini e saette e le fu così riconosciuto il dono di placare le intemperie. La Santa viene invocata contro i fulmini, la grandine e più genericamente per la salute della campagna e delle messi. Il culto, oltre che in Spagna, è diffuso in Nord Italia, soprattutto nei territori che hanno conosciuto la dominazione spagnola. Oltre che ad Angera è venerata anche a Taino e a Vergiate. La messa angerese a lei dedicata era dono della Famiglia Borromeo e nei diari si fa riferimento all’esposizione delle sue reliquie, di cui non abbiamo oggi altra memoria.

Una cerimonia per favorire l’arrivo della pioggia venne compiuta in alcune annualità anche il 26 luglio e il 5 settembre, utilizzando però l’acqua della cisterna di San Quirico, che veniva versata con una solenne processione al Prato delle Ossa.

Per la conservazione dei frutti della campagna e perché la vita venisse preservata da ogni sinistro accidente, si pregava anche San Vincenzo Ferrer, spagnolo di nascita, instancabile predicatore per la pace e l’unità della Chiesa, nominato Papa nel 1455. Un suo ritratto, quando la necessità lo richiedeva, veniva portato in processione a San Quirico, per benedire dall’alto tutto il territorio; si tratta forse del dipinto conservato in Canonica, che lo mostra con il crocifisso in mano e la fiammella sul capo, segno della sua predicazione.

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