ultima modifica: Nadia  15/04/2016

Gli Stemmi di Angera

Lo Stemma di Angera

Lo stemma in uso oggi ad Angera corrisponde a quello dei Visconti che, dalla fine del XIII secolo al 1447 tennero Milano e il suo territorio prima come Signori e poi, dal 1395, come Duchi e vicari imperiali. L’emblema è costituito da uno scudo all’interno del quale un biscione è rappresentato con sette spire mentre tiene tra le fauci un essere umano. L’impresa che diede origine a tale immagine non è accertata e numerose sono le leggende che ne giustificano e spiegano il significato. 

Alcuni storici ritengono che il simbolo faccia riferimento al serpente bronzeo di Mosè, conservato nella Basilica di S. Ambrogio, e che i Visconti lo avrebbero adottato come proprio stemma dopo essere divenuti signori di Milano. Una delle leggende più note, riferita anche da  Galvano Fiamma e Bonvesin De La Riva, racconta invece che un antenato dei Visconti, tale Ottone, avrebbe partecipato all’assedio di Gerusalemme durante la prima crociata nel 1099. In questa occasione Ottone avrebbe combattuto contro un valoroso saraceno di nome Voluce, che sul suo scudo portava l’emblema di un serpente che divorava un essere umano. Avendolo sconfitto, il Visconti si sarebbe appropriato dello scudo del nemico e, per celebrare la vittoria,  avrebbe adottato il biscione come simbolo della famiglia. L’episodio è citato anche da Torquato Tasso ne La Gerusalemme liberata (Libro I, LV):

O’l forte Otton, che conquistò lo scudo,

in cui dall’angue esce il bambino ignudo.

Un’altra leggenda molto suggestiva, narra le gesta di Uberto Visconti che avrebbe ucciso il drago Tarantasio che infestava il Lago Gerundo, antico specchio d’acqua posto poco fuori Milano: il drago distruggeva le barche, spargeva un fiato pestilenziale e minacciava la stessa città facendo strage di esseri umani. Leggende simili sono diffuse, adattate agli aspetti ambientali e geografici locali, in più parti del territorio un tempo dominato dai Visconti, tra cui Angera, dove si immagina che il drago in questione abitasse nella grotta ai piedi della Rocca viscontea.

Stemma della Comunità di Angera

 

Non tutti sanno che la Comunità di Angera aveva il suo stemma, un bellissimo albero ben radicato nel terreno, con un robusto tronco e rami ricchi di foglie verdi che si stagliano in un cielo azzurro. Gli storici locali ci stanno aiutando a saperne di più sull’origine di tale immagine araldica, sulla sua datazione e sulla storia che ruota intorno ad essa.

Dalla storia alla leggenda… Il mostro del lago

Tanti anni fa ad Angera, in una casetta non lontana dal lago, abitava un pescatore con la moglie e i suoi bambini. Una mattina, dopo giorni e giorni di pioggia, era finalmente uscito un bel sole; il bambino chiese alla mamma il permesso di andare al lago con la sorellina. “No, bambini, non potete andare, - disse la madre – lo sapete che è pericoloso stare sulla riva.” Infatti, in quel tempo, viveva nel lago, dove l’acqua è più profonda, un enorme serpente che, ogni tanto, dopo aver raggiunto la riva avvolto in una nuvola nera, soffiava sui bambini il suo alito rovente e poi se li mangiava in un boccone. Ma c’era un cielo così chiaro quel giorno e l’orizzonte era tanto limpido che i due fratellini finirono per ottenere il permesso di attraversare il boschetto di querce e di raggiungere la riva.Il lago splendeva sotto il soffio dell’inverna e nell’acqua trasparente si vedevano guizzare fra le erbe del fondo tanti pesciolini d’argento. I bambini erano così intenti a guardarli che non si accorsero di un nuvolone nero che avanzava verso di loro, finché il sole non ne fu oscurato. Passò nell’aria un brivido freddo che fece alzare gli occhi al bambino: dalla nuvola nera usciva una lingua di fiamma. “Scappiamo, scappiamo, c’è il drago!” – gridò alla sorellina.
La prese per mano e corsero insieme verso il boschetto. Ma il mostro del lago, che ormai aveva raggiunto la riva, cominciò a soffiare su di loro il suo alito rovente. Riparati dietro il tronco di una grande quercia i due bambini, tremanti di paura, sentivano le foglie crepitare per il terribile calore, mentre rami infuocati cadevano tutt’intorno, rischiarando per un attimo il buio. Di lì a poco anche la quercia sarebbe stata incenerita dalle fiamme che uscivano fischiando dalle narici del drago. Ma, all’improvviso, si sentì uno scalpitio di cavalli, poi al bagliore degli incendi si videro luccicare gli elmi e gli scudi di un gruppo di armati. Li guidava un cavaliere che avanzava al galoppo con la spada sguainata: era Uberto Visconti, il guerriero più coraggioso di quei tempi. Uberto si slanciò contro il drago e scomparve nel buio. Giungeva dal lago il rumore della battaglia: “bang bang”, risuonava la spada sulle squame del serpente, “swiss splash”, rispondeva il mostro con fischi e colpi di coda. Poi un gran tonfo e, dopo, il silenzio. “Fratellino – disse la bambina che teneva gli occhi chiusi per lo spavento – guarda tu, che io non ne ho il coraggio.” “Apri gli occhi sorellina – gridò esultante il bambino – è tornato il sole!”

E infatti il cielo era di nuovo limpido e il sole faceva risplendere l’elmo e la spada di Uberto, che usciva vincitore dal lago. Da quel giorno il serpente apparve soltanto sulle armi dei Visconti e i bambini di Angera tornarono a giocare tranquillamente sulla riva.
(da L’albero del tempo. Edizione 2003)

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